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Valentina Marini

Dec 6, 2022

Parlare o occuparsi davvero di Well-Being? Un dialogo con Giada Susca

Abbiamo bisogno di una nuova relazione tra Persone e Azienda. Questo è ciò che sembra emergere con maggiore forza nell’ultimo periodo. È la risposta che ho ricevuto anche in un mio recente sondaggio pubblicato su LinkedIn®:

Molti hanno messo in discussione le “vecchie regole” e stanno cercando percorsi professionali nuovi, tanti altri hanno già cambiato lavoro e la maggior parte delle persone che l’hanno fatto sono state spinte dalla ricerca di un maggiore benessere.

Questa parola, benessere, forse non ha mai avuto così tanta risonanza come da quando la pandemia ha messo in discussione la nostra salute e stravolto ogni abitudine, abbattendo in molte professioni quelle consolidate barriere tra Work e Life arrivando quasi a non poter utilizzare più la parola “Balance”, sempre più sostituita dall'”Integration” nei “migliori” casi.

Dall'iniziale lavoro senza sosta, alla perdita di ogni certezza, subito tanti professionisti HR - chi si occupa di Persone nelle organizzazioni- hanno cominciato a ricercare il Well-Being come grande priorità da raccontare all'interno per trattenere e da trasmettere all'esterno per attrarre nuove Persone. Eppure, nella realtà dei fatti, non sempre ci sono state risposte concrete nelle attività, tant’è vero che online gira un video che ironicamente scherza sulla proposta limitata a semplici Webinar sul tema, non in grado con la sola teoria di rispondere ai bisogni reali.

Se le persone desiderano prendersi maggiormente cura di loro stesse sono e saranno sicuramente sempre più attratte da realtà in grado di promuovere iniziative di Well-Beinig allineate alle nuove esigenze. Così, interrogandomi su come dovrebbe essere questa nuova relazione tra Persone e Aziende, ho provato a discutere con Giada Susca del tema.

Prima la presento, per chi non la conosce nella nostra solida partnership professionale che da anni ci vede portare avanti diversi progetti insieme:

Esperta di Change Management, Employee Experience e Community Management, possiede un focus su innovazione, competenze digitali e sviluppo organizzativo.

Giada, cos'è il benessere organizzativo e perché sta emergendo come priorità nelle organizzazioni?

GS: «La capacità di un’Organizzazione di promuovere e mantenere il benessere fisico, psicologico e sociale di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori che operano al suo interno, viene definito benessere organizzativo. Studi e ricerche sulle organizzazioni hanno dimostrato che le strutture più efficienti sono quelle con dipendenti soddisfatti e un “clima interno” sereno e partecipativo. La motivazione, la collaborazione, il coinvolgimento, la corretta circolazione delle informazioni, la flessibilità e la fiducia delle Persone sono tutti elementi che portano a migliorare la salute mentale e fisica dei lavoratori, la soddisfazione degli utenti e, in via finale, ad aumentare la produttività» [Fonte Ministero dell'Istruzione Ministero dell'Università e della Ricerca]

L’ OMS (1998) definisce la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”; la salute organizzativa è “l’insieme degli approcci culturali e operativi, dei processi e delle pratiche organizzative che animano la convivenza nei contesti di lavoro, attraverso la comunicazione e la collaborazione, promuovendo, mantenendo e migliorando il benessere fisico, psicologico e sociale delle comunità Lavorative”. Si può quindi definire la salute e il benessere organizzativo non solo come assenza di malattia ma come condizione di armonico equilibrio funzionale, fisico, psichico e relazionale dell’individuo, dinamicamente integrato e in rapporto con il suo ambiente di vita naturale e sociale. [Fonte OGGI PA]

 

Mi sembra opportuno partire da alcune autorevoli definizioni di benessere organizzativo per aiutarci a fare chiarezza su un concetto che ha delle ricadute in tutte le dimensioni della vita di una Persona. La pandemia ha inevitabilmente segnato uno spartiacque relativamente a questo tema; siamo onesti, prima dell’era COVID-19 il benessere delle Persone dentro le Organizzazioni non rappresentava una priorità. Era impensabile parlare di paura, emozioni, stress, fatica. Oggi non è più così. Occuparsi del benessere non è più un desiderata ma un must nel New Now e per farlo bene, in maniera autentica, riconoscendo questo come un’opportunità per tutti, è fondamentale familiarizzare con queste tematiche e sviluppare nuove competenze. 

In un recente contributo di McKinsey, emerge che a condizionare negativamente il benessere delle Persone dal punto di vista organizzativo c’è la sensazione di dover sempre essere disponibili, essere sottoposti a carichi di lavoro non sostenibili, avere scarsa autonomia e mancanza di supporto sociale, ma soprattutto l’elemento che più sembra contribuire all'insorgenza di burnout (stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale, classificato dall’OMS come una forma di esaurimento da lavoro) è un ambiente organizzativo tossico.

Ma la bella notizia è che chi si occupa di Persone, chi ha un ruolo manageriale e organizzativo, può utilizzare la competenza del Wellbeing come risorsa chiave per la cura, lo sviluppo, la crescita e lo star bene dei propri team di lavoro.

Oggi non è più possibile dire «non mi riguarda» e proclamare che “la Persona è al centro”, senza occuparsi di mente, fisico e sfera emotiva. Occorre quindi ‘allenarsi’ per vivere e lavorare meglio, trattenere e attrarre i talenti, aprirsi ai continui cambiamenti, affrontare i momenti critici e fare in modo di dare nuovo senso al lavoro: ed è questa, forse, la sfida più grande del nostro tempo.

Persona e Professionista non sono mondi separati, e la pandemia ci ha dimostrato proprio questo.

Molte Organizzazioni hanno quindi iniziato ad investire risorse preziose in termini di benessere, ritenendola una priorità assoluta anche a sostegno della produttività. Ma ci troviamo ancora nella fase embrionale di un viaggio di vera e propria trasformazione culturale, nell’immagine che segue possiamo riassumere le maggiori iniziative messe in campo in termini di workplace, cultura aziendale, prevenzione, salute mentale.

Numerose ricerche dimostrano che per affrontare in maniera sana lo sviluppo di una competenza chiave come quella del benessere, è necessario riprogettare il senso del lavoro non in modalità individuale ma con un approccio sistemico a tutti i livelli. Le competenze dell’ascolto e della sartorialità sono assolutamente le prime alleate per una crescita di comportamenti consapevoli che promuovono e sostengono la cultura del benessere, affinché non diventi la classica ‘moda del momento’, ma permettano di realizzare cose che non cadano nel dimenticatoio e che siano foriere di una crescita di valore. 

Collaborazione, condivisione di intenti e impegno collettivo è ciò che può davvero fare la differenza.

 

Da dove si deve partire per occuparsi di Well-Being?

GS: Accennavo al tema dell’ascolto che rappresenta in assoluto la base su cui costruire. Fondamentale incontrare singolarmente le Persone per raccogliere degli elementi che permettano di disegnare dei programmi avulsi dalla logica top – down.

Lo step successivo è quello della condivisione e qui, il ruolo centrale lo gioca la comunicazione interna che ha il mandato di promuovere l’importanza del benessere psicofisico e di accompagnare le Persone in un percorso a sostegno di determinate scelte organizzative.

Un terzo aspetto è quello manageriale: nessuna azione può avere un senso se i comportamenti di chi ha il mandato di guidare dei gruppi di lavoro non è in linea con quanto promosso ed è frutto di un percorso condiviso a più livelli. Qui subentra l’importanza di un accompagnamento formativo a delle nuove competenze manageriali che, come anticipato, non sono più un nice to have, ma sono a sostegno di un cambiamento che prevede la trasformazione di abitudini radicate e spesso tossiche. 

Per fare questo, non è assolutamente possibile immaginare di risolvere il tutto con dei webinar informativi o incontri una tantum. Wellbeing significa cambiamento e i cambiamenti per realizzarsi hanno bisogno di un tempo lungo, in cui la riflessione, la sperimentazione e la messa a terra concreta con dei check puntuali, possono realmente fare la differenza.

Last but not least, il ruolo di HR che dovrà orchestrare un vero e proprio processo di Change Management e di Employee Experience, affinchè si superi il concetto di “Persona al centro” e ci si traghetti verso “l’esperienza della Persona al centro”. Si perché ogni situazione è degna di nota e di ascolto, ogni azione deve avere come orizzonte l’ impatto e capacità di riconnettere al senso delle cose che facciamo, che permetta di aver fiducia nell’Organizzazione e di portare all’interno di un contesto lavorativo energia ed entusiasmo, misurandoci con quelli che oggi sono problemi reali che non sono più fuori dalla porta del nostro ufficio. Ma soprattutto perché occuparsi di Persone è una grandissima responsabilità che spesso, molto spesso, dimentichiamo. 

 

 

Infine ti chiedo di sognare ad occhi aperti, sai che Digital Attitude disegna “spinte gentili” attraverso la tecnologia e così ti chiedo: qual è la spinta che in termini di Well-Being andrebbe promossa maggiormente?

GS: Credo sia fondamentale lavorare sulle esperienze e sulla raccolta di dati che esse possono restituire. Come spinta gentile propongo, quindi, degli spazi di lavoro ripensati, belli, stimolanti, immersivi, organizzati per interessi e necessità delle Persone: mi piacerebbe osservare i comportamenti e le scelte di chi abita questi luoghi di lavoro e capire come le Persone si polarizzano. Per esempio, immagino dei corner dove c’è la possibilità di riflettere sulla sicurezza psicologica, altri invece dove ci sono degli stimoli provenienti da arte, musica, poesia e così via. Renderei, così, questi luoghi accessibili e aperti e osserverei quello che le Persone scelgono; lo considero un ascolto aumentato delle necessità delle Persone su cui costruire e disegnare progetti di Well-Being ad hoc.

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